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June 14

ENESTO "CHE" GUEVARA: UNO DI NOI!

14.06.2008 - Hasta la victoria siempre, Comandante Che
L’offensiva giornalisticoeditoriale contro Che Guevara, è in piena espansione… proviene da diversi filoni politici di “destra”, ma anche di certo anarchismo sinistrato, tralasciando le critiche sempre presenti nel dibattito storicopolitico dei comunisti tutti di un pezzo (con la solita, peraltro ripresa ultimamente dalla feroce critica “imperialista”, della non purezza ideologica del “Che”, dell’avventurismo insensato dell’argentino ribelle… della non ortodossia comunista).

L’offensiva giornalisticoeditoriale contro Che Guevara, è in piena espansione…proviene da diversi filoni politici di “destra”, ma anche di certo anarchismo sinistrato, tralasciando le critiche sempre presenti nel dibattito storicopolitico dei comunisti tutti di un pezzo (con la solita, peraltro ripresa ultimamente dalla feroce critica “imperialista”, della non purezza ideologica del “Che”, dell’avventurismo insensato dell’argentino ribelle… della non ortodossia comunista). Questa vasta e subdola propaganda “cilena”, trova congiunzione con l’azione di annientamento della figura ribelle di Guevara, dell’industria della merce a dirigenza capitalista nordamericana… che sicuramente è servita ad appiattire la moralità stessa dell’esperienza rivoluzionaria e nazionalista del Comandante, trasformandolo (nella loro azione) da combattente del socialismo a vuoto gadget del capitalismo. Il rammarico più grande, segno di un progetto che nel tempo si è stagliato indelebile sulla speranza sociale dei popoli in lotta, è che per esempio in Italia, la figura di Guevara è stata sminuita, svuotata, svenduta dalla “sinistra” storica (Fgci e Pci/comunisti-arcobaleno/ pacifisti vigliacchi), trasformandolo, al pari delle cordate capital-globaliste, in mero marchio (l’uno di consumo e l’altro di identitarismo pacifista) in vendita sul mercato. Dello stesso peso, nella repressione contro Che Guevara e il guevarismo dopo la sua dipartita violenta e tragica, è l’azione del cosiddetto “uomo serio”, quella genia di intellettuali e giornalisti che rappresentano il personaggio dalle opinioni temperate, che è reazionario ma non vuole la forca; che è fautore di ribellismo civico, ma non comprende il berretto frigio, rigetta la violenza, stigmatizza le insurrezioni… è questo uomo serio che nella società dei media e della politica ha rubato al Comandante l’anima del guerriero, per consegnare la sua testimonianza prima ad un romanticismo da giovane studente idealista e innamorato dell’avventura, e poi relegarlo nella pura testimonianza di banditismo condito in Occidente di colorite propensioni a certe caratteristiche sud-americane (dove si riscontrano chiare indicazioni di razzismo culturale…), insomma, oltre alle offensive concentriche da destra e sinistra, va valutata anche quella degli uomini seri della sesta giornata, da “ranocchio del pantano che si nasconde nella melma”. In Occidente, ed in Italia in particolare stanno uscendo “libri” che rivelano un Che Guevara uomo del terrore, sadico sanguinario, insensibile macellaio, pistolero selvaggio e vile sbruffone. In particolare vanno segnalati due scritti: uno del viscido Alvaro Vargas Llosa “Il mito Che Guevara e il futuro della libertà” edito da Lindau e uno di Leonardo Facco “C’era una volta il Che” edito da Simonelli Editore. A tutta prima, le notizie riportate sembrano schiaccianti, ma ad un analisi più attenta, le ricostruzioni sono lacunose, le testimonianze generiche. L’attacco verte sulle “fucilazioni” e su certe crude frasi pronunciate da Ernesto Guevara del tipo di quella espressa l’11 dicembre del 1964 davanti all’assemblea Generale delle Nazioni Unite: “Fucilazioni? Siii, abbiamo fucilato. Continuiamo e continueremo a fucilare finche sarà necessario. La nostra lotta è una lotta fino alla morte”… viene passata a setaccio anche la posta ed in particolare una lettera alla moglie Hilda Gadea del gennaio 1957: “Mia cara: mi trovo nella selva cubana, vivo e assetato di sangue”… quindi per tramite di una serie di testimonianze di guerriglieri, giornalisti e prigionieri, si cerca di creare il mostro sanguinario, lo sterminatore. Ma l’attacco è volto a dimostrare la responsabilità sia militare che politica nella creazione e gestione dei primi campi di lavoro forzato di Guanahacabibes negli anno 1960-61… nell’occasione viene riproposto un articolo dell’ottobre 2007 di certo F. Hauter su “Le Figaro” dal titolo “Il Che, angelo crudele, cade dal suo piedistallo” dove questo signore definisce Guevara: “Il Robespierre cubano era un torturatore illuminato e senza pietà”. Ma dove i nostri intrepidi autori vanno a colpire, è sulle centinaia di morti nei campi di lavori forzati diretti dal Che! E qui abbiamo un Guevara che estorce confessioni con simulazioni di fucilazioni (piccolo aneddoto, ultimamente mi descriveva questa “pratica”a suo dire disumana un cattolico tradizionalista, insultando e sputando veleno sul Che…nel mentre spiegava la legittimità dell’Inquisizione nel torturare e bruciare gli “eretici”, le “streghe”, compreso il suo ghigno satanico nel mentre elogiava chi aveva arso Giordano Bruno…), fucilazione di ragazzi e uomini innocenti, omicidi a sangue freddo nel suo ufficio. Si riportano in questi scritti, anche testimonianze della ferocia e della codardia di Guevara durante la lotta di liberazione di Cuba dal “simpatico” (sembrano rimpiangerlo, certi testimoni e autori) Batista. Altra chicca, si giunge a dire che la figura della indipendenza dei popoli e dell’unità continentale sud-americana era un insidioso razzista, sempre intento a far battute e apostrofare con sufficienza compagni e uomini di colore o indio… Per fortuna, che questi uomini seri costituiscono solo zavorra socioculturale. Le loro asserzioni, per quando denigratorie, rispondenti ad un disegno di delegittimazione in prima persona del Che, e in secondo di Fidel Castro e della Cuba socialista nazionale, comunque possono essere foriere anche di analisi realista e positiva da parte di uomini e donne libere, da militanti antimperialisti. Nella difesa del ribelle socialista Guevara, difendiamo la sua lotta all’ultimo sangue contro le dittature militari di matrice capitalista e serve degli Usa, quindi non essendo stupidi e codardi, rivendichiamo anche la violenza e la guerra rivoluzionaria di liberazione… accettando in quella esperienza, anche le fucilazioni e le crudeltà insite nella lotta per la vita. Parimenti, credo che ci piaccia a noi ribelli, sapere che Guevara non è quello a cui hanno cucito la spilla della pace i rifondaroli e gli arcobaleni di casa nostra… Guevara era un combattente, un soldato politico, un socialista… quindi doveva gestire e dirigere anche il dopo vittoria, quindi in me (ma credo in molti) non possa che rafforzare la stima nei confronti di un miliziano socialista che ha dato la vita nella guerra all’imperialismo, al capitalismo, agli Stati Uniti… a livello politico ed umano condivido anche la dolorosa azione di pulizia d’igiene sociale che è avvenuta una volta preso il potere. E se permettete una battuta finale, il bravo Andy Garcia vada a quel paese, quando da una posizione comoda e da riccone senza dignità ha avuto modo di dichiarare (e realizzare un fazioso e servo film su Cuba): “Sembra una rock star. E invece fece uccidere moltissime persone senza processo e senza che avessero la possibilità di difendersi…”, grandi manovre si stringono verso Cuba. Viva il Comandante Guevara!

Davide D'Amario

June 13

TRATTATO DI LISBONA:VITTORIA!!!

 TRATTATO DI LISBONA...
     L'IRLANDA HA DETTO NO!!!    
 NO AGLI EUROCRATI, NO ALL'EUROPA
 DEI MERCANTI!!!GRAZIE IRLANDA!!!
 SI ALL'EUROPA NAZIONE, SI ALL'EUROPA DEI POPOLI E DELLE IDENTITA'!
June 12

ITALIANS, BUSH, AFGANISTAN

 "ITALIANS"
12.06.2008 - Italians
Nederland-Italy, tre a zero: così la didascalia di Rai Uno per la prima diretta degli “europei” di calcio. Senza vergogna. L’Olanda viene chiamata Nederland, in lingua olandese. L’Italia, invece, “Italy”, in lingua inglese (o americana, o italyana).

Frattini dichiara “una questione di dignità” far prendere ai soldati italiani inviati in Afganistan una parte attiva nei combattimenti. Morire per gli oleodotti Unolocal anglo-americani è un evidente atto di patriottismo coloniale. Già nelle more verso la promozione a ministro, lo stesso Frattini aveva subito chiarito che anche in Libano i soldati italiani avrebbero avuto “altre regole di ingaggio” (cioè: il via libera a sparare sui libanesi sciiti di Hizbollah per difendere gli interessi degli aggressori israeliani), e che lo stesso “partito di Allah” - pur se di maggioranza relativa a Beirut nonché presente ufficialmente nelle istituzioni alla guida del Libano – era come il palestinese Hamas (con un voto di maggioranza assoluta tra i palestinesi), un “movimento terroristico”. Con uno sgarbo diplomatico senza pari, sia il detto ministro che il Cavaliere-premier hanno anche ritenuto opportuno volgere le spalle al presidente iraniano Ahmadinejad (l’Italia è per l’Iran solamente il maggior partner commerciale dell’Europa, ma questo non cale) e genuflettersi in anticipo di fronte alla bandiera nazionale stars and stripes del (vero) presidente degli Italians, George Bush, ieri in visita nella colonia Italia. Folle coloniali oceaniche – un... centinaio di fans dell’entità sionista con tanto di bandiere con la stella di David, una decina di sindacalisti dell’ex sindacato nazionale ora Ugl, una ventina di “personalità” (sic), dall’ex senatore diessino Polito (nella veste di direttore di un quotidiano clandestino) al sindaco alleanzino Alemanno – peraltro, avevano già presidiato una settimana fa una parte della piazza del Campidoglio nel nome della Difesa di Israele e dell’Occidente. E poi il neo-politichese ormai in auge ovunque tra i centomila addetti alla gestione coloniale di quello che resta dell’Italia. Welfare, question time, left, yes we can, etc. etc…E una neo-lingua, l’Italian – obbligatoriamente con la I maiuscola – che ormai sostituisce anche i termini di origine latina e italiana con neologismi anglosassoni (peraltro al 50 per cento e più anch’essi di derivazione latina, chissà se i Nostri Gestori coloniali hanno mai letto Bacone…): midia invece di media, coll senter, invece di centro chiamata, ghey invece di froci e vai così per altri mille vocaboli. E l’intolleranza “democratica” che regna sovrana. Con volgari riesumazioni e mobilitazioni “antifasciste” ogni volta che istintivi atti di rabbia popolare turbano i riti della vittoriosa società livellata, drogata, multirazziale, anodina, pseudo-comunista, femminista, ecologista e chi più ne ha più ne metta. Come si fa a cambiare cittadinanza? (la nazionalità, no: quella proprio non intendo cambiarla…)

Ugo Gaudenzi


June 10

RADICI E FUTURO: JEAN THIRIART (Di Claudio Mutti)

Claudio Mutti

Introduzione al libro di Jean Thiriart
Un impero di 400 milioni di uomini: l’Europa
(Nuova edizione in preparazione presso le Edizioni Controcorrente)





L’ultimo ricordo che ho di Jean Thiriart è una lettera che mi scrisse alcuni mesi prima di morire: mi chiedeva di indicargli una località isolata sugli Appennini, dove potersi accampare un paio di settimane per fare qualche escursione sui monti. Quasi settantenne, era ancora pieno di vitalità: non si lanciava più col paracadute, però navigava con la barca a vela sul Mare del Nord.

Negli anni Sessanta, in qualità di giovanissimo militante della Giovane Europa, l’organizzazione da lui diretta, ebbi modo di vederlo diverse volte. Lo conobbi a Parma, nel 1964, accanto a un monumento che colpì in maniera particolare la sua sensibilità di “eurafricano”: quello di Vittorio Bottego, l’esploratore del corso del Giuba. Poi lo incontrai in occasione di alcune riunioni della Giovane Europa e in un campeggio sulle Alpi. Nel 1967, alla vigilia dell’aggressione sionista contro l’Egitto e la Siria, fui presente a un’affollata conferenza che egli tenne in una sala di Bologna, dove spiegò perché l’Europa doveva schierarsi a fianco del mondo arabo e contro l’entità sionista. Nel 1968, a Ferrara, partecipai a un convegno di dirigenti della Giovane Europa, nel corso del quale Thiriart sviluppò a tutto campo la linea antimperialista: “Qui in Europa, la sola leva antiamericana è e resterà un nazionalismo europeo ‘di sinistra’ (…) Quello che voglio dire è che all’Europa sarà necessario un nazionalismo di carattere popolare (…) Un nazionalcomunismo europeo avrebbe sollevato un’ondata enorme di entusiasmo. (…) Guevara ha detto che sono necessari molti Vietnam; e aveva ragione. Bisogna trasformare la Palestina in un nuovo Vietnam”. Fu l’ultimo suo discorso che ebbi modo di ascoltare.

Jean-François Thiriart era nato a Bruxelles il 22 marzo 1922 da una famiglia di cultura liberale originaria di Liegi. In gioventù militò attivamente nella Jeune Garde Socialiste Unifiée e nell’Union Socialiste Anti-Fasciste. Per un certo periodo collaborò col professor Kessamier, presidente della società filosofica Fichte Bund, una filiazione del movimento nazionalbolscevico amburghese; poi, assieme ad altri elementi dell’estrema sinistra favorevoli ad un’alleanza del Belgio col Reich nazionalsocialista, aderì all’associazione degli Amis du Grand Reich Allemand. Per questa scelta, nel 1943 fu condannato a morte dai collaboratori belgi degli Angloamericani: la radio inglese inserì il suo nome nella lista di proscrizione che venne comunicata ai résistants con le istruzioni per l’uso. Dopo la “Liberazione”, nei suoi confronti fu applicato un articolo del Codice Penale belga opportunamente rielaborato a Londra nel 1942 dalle marionette belghe degli Atlantici. Trascorse alcuni anni in carcere e, quando uscì, il giudice lo privò del diritto di scrivere.

Nel 1960, all’epoca della decolonizzazione del Congo, Thiriart partecipa alla fondazione del Comité d’Action et de Défense des Belges d’Afrique, che di lì a poco diventa il Mouvement d’Action Civique. In veste di rappresentante di questo organismo, il 4 marzo 1962 Thiriart incontra a Venezia gli esponenti di altri gruppi politici europei; ne esce una dichiarazione comune, in cui i presenti si impegnano a dar vita a “un Partito Nazionale Europeo, centrato sull’idea dell’unità europea, che non accetti la satellizzazione dell’Europa occidentale da parte degli USA e non rinunci alla riunificazione dei territori dell’Est, dalla Polonia alla Bulgaria passando per l’Ungheria”. Ma il progetto del Partito europeo abortisce ben presto, a causa delle tendenze piccolo-nazionaliste dei firmatari italiani e tedeschi del Manifesto di Venezia.

La lezione che Thiriart trae da questo fallimento è che il Partito europeo non può nascere da un’alleanza di gruppi e movimenti piccolo-nazionali, ma deve essere fin da principio un’organizzazione unitaria su scala europea. Nasce così, nel gennaio 1963, la Giovane Europa (Jeune Europe), un movimento fortemente strutturato che ben presto si impianta in Belgio, Olanda, Francia, Svizzera, Austria, Germania, Italia, Spagna, Portogallo, Inghilterra. Il programma della Giovane Europa si trova esposto nel Manifesto alla Nazione Europea, che esordisce così: “Tra il blocco sovietico e il blocco degli USA, il nostro compito è di edificare una grande Patria: l’Europa unita, potente, comunitaria (…) da Brest sino a Bucarest”. La scelta è a favore di un’Europa decisamente unitaria: “Europa federale o Europa delle Patrie sono delle concezioni che nascondono la mancanza di sincerità e la senilità di coloro che le difendono (…) Noi condanniamo i piccoli nazionalismi che mantengono le divisioni tra i cittadini della NAZIONE EUROPEA”. L’Europa deve optare per una neutralità forte e armata e disporre di una forza atomica propria; deve “ritirarsi dal circo dell’ONU” e sostenere l’America Latina, che “lotta per la sua unità e per la sua indipendenza”. Il Manifesto abbozza un’alternativa ai sistemi sociali vigenti nelle due Europe, proclamando la “superiorità del lavoratore sul capitalista” e la “superiorità dell’uomo sul formicaio”: “Noi vogliamo una comunità dinamica con la partecipazione nel lavoro di tutti gli uomini che la compongono”. Alla democrazia parlamentare e alla partitocrazia viene contrapposto una rappresentanza organica: “un Senato politico, il Senato della Nazione Europea basato sulle province europee e composto delle più alte personalità nel campo della scienza, del lavoro, delle arti e delle lettere; una Camera sindacale che rappresenti gli interessi di tutti i produttori dell’Europa liberata dalla tirannia finanziaria e politica straniera”. Il Manifesto conclude così: “Noi rifiutiamo l’Europa teorica. Noi rifiutiamo l’Europa legale. Noi condanniamo l’Europa di Strasburgo per crimine di tradimento. (…) O vi sarà una NAZIONE o non vi sarà indipendenza. A questa Europa legale che rifiutiamo, noi opponiamo l’Europa legittima, l’Europa dei popoli, la nostra Europa. NOI SIAMO LA NAZIONE EUROPEA”.

Accanto a una scuola per la formazione politica dei militanti (che dal 1966 al 1968 pubblica mensilmente “L’Europe Communautaire”), la Giovane Europa cerca di dar vita a un Sindacato Comunitario Europeo e, nel 1967, a un’associazione universitaria, Università Europea, che sarà attiva particolarmente in Italia. Dal 1963 al 1966 viene pubblicato un organo di stampa in lingua francese, “Jeune Europe” (con frequenza prima settimanale, poi quindicinale); tra i giornali in altre lingue va citato l’italiano “Europa Combattente”, che nel medesimo periodo riesce a raggiungere una frequenza mensile. Dal 1966 al 1968 esce “La Nation Européenne”, mentre in Italia “La Nazione Europea” continuerà ad uscire, a cura dell’autore di queste righe, anche nel 1969 (un ultimo numero sarà pubblicato a Napoli nel 1970 da Pino Balzano).

“La Nation Européenne”, mensile di grande formato che in certi numeri raggiunge la cinquantina di pagine, oltre ai redattori militanti annovera collaboratori di un certo rilievo culturale e politico: il politologo Christian Perroux, il saggista algerino Malek Bennabi, il deputato delle Alpi Marittime Francis Palmero, l’ambasciatore siriano Selim el-Yafi, l’ambasciatore iracheno Nather el-Omari, , i dirigenti del FLN algerino Chérif Belkacem, Si Larbi e Djamil Mendimred, il presidente dell’OLP Ahmed Choukeiri, il capo della missione vietcong ad Algeri Tran Hoai Nam, il capo delle Pantere Nere Stokeley Carmichael, , il fondatore dei Centri d’Azione Agraria principe Sforza Ruspali, i letterati Pierre Gripari e Anne-Marie Cabrini. Tra i corrispondenti permanenti, il professor Souad el-Charkawi (al Cairo) e Gilles Munier (ad Algeri).

Sul numero di febbraio del 1969 appare una lunga intervista rilasciata a Jean Thiriart dal generale Peròn, il quale dichiara di leggere regolarmente “La Nation Européenne” e di condividerne totalmente le idee. Dal suo esilio madrileno, l’ex presidente argentino riconosce in Castro e in Guevara i continuatori della lotta per l’indipendenza latinoamericana intrapresa a suo tempo dal movimento giustizialista: “Castro – dice Peròn – è un promotore della liberazione. Egli si è dovuto appoggiare ad un imperialismo perché la vicinanza dell’altro imperialismo minacciava di schiacciarlo. Ma l’obiettivo dei Cubani è la liberazione dei popoli dell’America Latina. Essi non hanno altra intenzione se non quella di costituire una testa di ponte per la liberazione dei paesi continentali. Che Guevara è un simbolo di questa liberazione. Egli è stato grande perché ha servito una grande causa, finché ha finito per incarnarla. È l’uomo di un ideale”.

Per quanto riguarda la liberazione dell’Europa, Thiriart pensa a costituire delle Brigate Rivoluzionarie Europee che intraprendano la lotta armata contro l’occupante statunitense. Già nel 1966 egli ha avuto un colloquio col ministro degli Esteri cinese Chu En-lai, a Bucarest, e gli ha chiesto di appoggiare la costituzione di un apparato politico-militare europeo che combatta contro il nemico comune (1). Nel 1967 l’attenzione di Thiriart si dirige sull’Algeria: “Si può, si deve prendere in considerazione un’azione parallela e auspicare la formazione militare, in Algeria, fin da ora, di una sorta di Reichswehr rivoluzionaria europea. Gli attuali governi di Belgio, Paesi Bassi, Inghilterra, Germania, Italia sono in diversa misura i satelliti, i valletti di Washington; perciò noi nazionaleuropei, noi rivoluzionari europei, dobbiamo andare a formare in Africa i quadri di una futura forza politico-militare che, dopo aver servito nel Mediterraneo e nel Vicino Oriente, un giorno potrà battersi in Europa per farla finita coi Kollabos di Washington. Delenda est Carthago” (2). Nell’autunno del 1967 Gérard Bordes, direttore de “La Nation Européenne”, si reca in Algeria, dove entra in contatto con la Segreteria Esecutiva del FLN e col Consiglio della Rivoluzione. Nell’aprile del 1968 Bordes ritorna ad Algeri con un Mémorandum à l’intention du gouvernement de la République Algérienne firmato da lui stesso e da Thiriart, nel quale sono contenute le proposte seguenti: “Contributo europeo alla formazione di specialisti in vista della lotta contro Israele; preparazione tecnica della futura azione diretta contro gli Americani in Europa; creazione di un servizio d’informazioni antiamericano e antisionista in vista di un’utilizzazione simultanea nei paesi arabi e in Europa”.

Siccome i contatti con l’Algeria non hanno nessun seguito, Thiriart si rivolge ai paesi arabi del Vicino Oriente. D’altronde, il 3 giugno 1968 un militante di Jeune Europe, Roger Coudroy, è caduto con le armi in pugno sotto il fuoco sionista, mentre con un gruppo di al-Fatah cercava di penetrare nella Palestina occupata.

Nell’autunno del 1968 Thiriart viene invitato dai governi di Bagdad e del Cairo, nonché dal Partito Ba’ath, a recarsi nel Vicino Oriente. In Egitto assiste ai lavori d’apertura del congresso dell’Unione Socialista Araba, il partito egiziano di governo; viene ricevuto da alcuni ministri e ha modo di incontrare lo stesso Presidente Nasser. In Iraq incontra diverse personalità politiche, tra cui alcuni dirigenti dell’OLP, e rilascia interviste a organi di stampa e radiotelevisivi. Ma lo scopo principale del viaggio di Thiriart consiste nell’instaurare una collaborazione che dia luogo alla creazione delle Brigate Europee, le quali dovrebbero partecipare alla lotta per la liberazione della Palestina e diventare così il nucleo di un’Armata di Liberazione Europea. Davanti al rifiuto del governo iracheno, determinato da pressioni sovietiche, questo scopo fallisce. Scoraggiato da questo fallimento e ormai privo di mezzi economici sufficienti a sostenere una lotta politica di un certo livello, Thiriart decide di ritirarsi dalla politica militante.

Dal 1969 al 1981, Thiriart si dedica esclusivamente all’attività professionale e sindacale nel settore dell’optometria, nel quale ricopre importanti funzioni: è presidente della Société d’Optométrie d’Europe, dell’Union Nationale des Optométristes et Opticiens de Belgique, del Centre d’Études des Sciences Optiques Appliquées ed è consigliere di varie commissioni della CEE. Ciononostante, nel 1975 rilascia una lunga intervista a Michel Schneider per “Les Cahiers du Centre de Documentation Politique Universitaire” di Aix-en-Provence ed assiste Yannick Sauveur nella compilazione di una tesi universitaria intitolata Jean Thiriart et le national-communautarisme européen (Università di Parigi, 1978). Quella di Sauveur è la seconda ricerca universitaria dedicata all’attività politica di Thiriart, poiché sei anni prima era stata presentata all’Università Libera di Bruxelles una tesi di Jean Beelen su Le Mouvement d’Action Civique.

Nel 1981, un attentato di teppisti sionisti contro il suo ufficio di Bruxelles induce Thiriart a riprendere l’attività politica. Riallaccia i contatti con un ex redattore della “Nation Européenne”, lo storico spagnolo Bernardo Gil Mugarza (3), il quale, nel corso di una lunga intervista (centootto domande), gli dà modo di aggiornare e di approfondire il suo pensiero politico. Prende forma in tal modo un libro che Thiriart conta di pubblicare in spagnolo e in tedesco, ma che è rimasto finora inedito.

Nel 1982 incontra Luc Michel, che due anni più tardi fonda in Belgio un Parti Communautaire National-Européen. Thiriart diventa una sorta di consigliere politico di questo partito e collabora a “Conscience Européenne”, il periodico diretto da Luc Michel.

All’inizio degli anni Ottanta, Thiriart lavora a un libro che non ha mai visto la luce: L’Empire euro-soviétique de Vladivostok à Dublin. Il piano dell’opera prevede quindici capitoli, ciascuno dei quali si articola in numerosi paragrafi. Come appare evidente dal titolo di quest’opera, la posizione di Thiriart nei confronti dell’Unione Sovietica è notevolmente cambiata. Abbandonata la vecchia parola d’ordine “Né Mosca né Washington”, Thiriart assume ora una posizione che potrebbe essere riassunta così: “Con Mosca contro Washington”. Già tredici anni prima, d’altronde, in un articolo intitolato Prague, l’URSS et l’Europe (“La Nation Européenne”, n. 29, novembre 1968), denunciando gli intrighi sionisti nella cosiddetta “primavera di Praga”, Thiriart aveva espresso una certa soddisfazione per l’intervento sovietico e aveva cominciato a delineare una “strategia dell’attenzione” nei confronti dell’URSS. “Un’Europa occidentale NON AMERICANA – aveva scritto – permetterebbe all’Unione Sovietica di svolgere un ruolo quasi antagonista degli USA. Un’Europa occidentale alleata, o un’Europa occidentale AGGREGATA all’URSS sarebbe la fine dell’imperialismo americano (…) Se i Russi vogliono staccare gli Europei dall’America – e a lungo termine essi devono necessariamente lavorare per questo scopo – bisogna che ci offrano, in cambio della SCHIAVITU’ DORATA americana, la possibilità di costruire un’entità politica europea. Se la temono, il modo migliore di scongiurarla consiste nell’integrarvisi”.

A Mosca, Thiriart ci va nell’agosto 1992 assieme a Michel Schneider, direttore della rivista “Nationalisme et République”. A fare gli onori di casa è Aleksandr Dugin, il quale nel marzo dello stesso anno ha accolto Alain de Benoist e Robert Steuckers e in giugno ha intervistato alla TV di Mosca l’autore di queste righe, dopo averlo presentato agli esponenti dell’opposizione “rosso-bruna”. L’attività di Thiriart a Mosca, dove si trovano anche Carlo Terracciano e Marco Battarra, è intensissima. Tiene conferenze stampa; rilascia interviste; partecipa a una tavola rotonda con Prokhanov, Ligacev, Dugin e Sultanov nella redazione del giornale “Den’”, che pubblicherà sul n. 34 (62) un testo di Thiriart intitolato L’Europa fino a Vladivostok; ha un incontro con Gennadij Zjuganov; si intrattiene con altri esponenti dell’opposizione “rosso-bruna”, tra cui Nikolaj Pavlov e Sergej Baburin; discute con il filosofo e dirigente del Partito della Rinascita Islamica Gejdar Dzemal; partecipa a una manifestazione di studenti arabi per le vie di Mosca.

Il 23 novembre, tre mesi dopo il suo rientro in Belgio, Thiriart è stroncato da una crisi cardiaca.

Apparso nel 1964 in lingua francese, nel giro di due anni Un Empire de 400 millions d’hommes: l’Europe vide la luce in altre sei lingue europee. La traduzione italiana venne eseguita da Massimo Costanzo, (all’epoca redattore di “Europa Combattente”, organo italofono della Giovane Europa), il quale presentò l’opera con queste parole: “Il libro di Jean Thiriart è destinato a suscitare, per la sua profondità e per la sua chiarezza, un forte interesse. Ma da dove deriva questa chiarezza? Da un fatto molto semplice: l’autore ha usato un linguaggio essenzialmente politico, lontano dai fumi dell’ideologia e dalle costruzioni astratte o pseudometafisiche. Dopo una lettura attenta, nel libro si possono anche trovare impostazioni ideologiche, ma queste traspaiono dalle tesi politiche e non il contrario, come fino ad oggi è avvenuto nel campo nazionaleuropeo”. Nonostante le riserve che alcune “impostazioni ideologiche” dell’Autore (eurocentrismo, razionalismo, giacobinismo ecc.) potranno suscitare, il lettore di questa seconda edizione italiana probabilmente concorderà con quanto scriveva Massimo Costanzo quarant’anni or sono; anzi, si renderà conto che questo libro, senza dubbio il più famoso dei testi redatti da Thiriart (4), è un libro preveggente ed attuale, per quanto inevitabilmente risenta della situazione storica in cui venne concepito. Preveggente, perché anticipa il crollo del sistema sovietico, e questo una decina d’anni prima dell’”eurocomunismo”; attuale, perché la descrizione dell’egemonia statunitense in Europa è ancor oggi un dato reale; anzi, l’analisi thiriartiana dell’imperialismo si avvale della lettura di un autore come James Burnham, che già negli anni Sessanta candidava gli USA al dominio mondiale assoluto.

Nella mia biblioteca conservo un esemplare della prima edizione di questo libro (“édité à Bruxelles, par Jean Thiriart, en Mai 1964”). La dedica che l’Autore vi scrisse di suo pugno contiene un’esortazione di cui vorrei si appropriassero i lettori delle nuove generazioni, questa: “Votre jeunesse est belle. Elle a devant elle un Empire à bâtir“. Diversamente da Luttwak e da Toni Negri, Thiriart sapeva bene che l’Impero è l’esatto contrario dell’imperialismo e che gli Stati Uniti non sono Roma, bensì Cartagine.

Claudio Mutti
June 06

UNIVERSITA' DI TORINO...AL PEGGIO NON C'E' MAI FINE...

Foto senza titolo ECCOLI QUA'...I VETEROCOMUNISTI...
6/6/2008 (7:24) - TENSIONE ALL'UNIVERISTA'- "LA STAMPA" 
"Fascista, non puoi fare l'esame"
 
 
 
 
Uova e insulti degli autonomi: una studentessa di destra cacciata dall'università
MASSIMO NUMA
TORINO
Alla fine ha rinunciato. Niente esame di procedura penale, il terz’ultimo prima della laurea. Augusta Montaruli, 24 anni, studentessa di legge a Torino e dirigente di An-Azione Giovani, ieri mattina è stata affrontata da un gruppetto di autonomi, decisi a impedire le prove d’appello per ricordare gli incidenti alla Sapienza. Lei gira da quattro anni sotto scorta. Tre amici che la proteggono da insulti e anche aggressioni fisiche. «Sono abituata a questo clima, ma oggi era proprio impossibile. Ho ceduto per difendere gli studenti nella mia situazione. Assurdo».

«Fascistella, te ne devi andare. Qui non puoi entrare», le urlano. C’è anche uno slogan dedicato e lei: «Le donne di destra non sono liberate, sono solo serve e non emancipate». Le più accanite sono le ragazze. Neanche fosse una questione personale. Augusta è anche protagonista di un fumetto, pubblicato su un sito anarchico. Con una conclusione agghiacciante: «Premi con forza la faccia dell’Augusta per capire che pensa». L’Augusta ha 24 anni, di cognome fa Montaruli. Autonomi e sinistra radicale avevano organizzato il presidio. Immediata la contro-manifestazione dei ragazzi di destra. Lei è un tipo gracile, indossa un trench bianco e resta immobile per ore davanti all’ingresso, circondata dai militanti di An. Di fronte, una ventina di autonomi del collettivo universitario. Nasce così un’interminabile, bizzarra mattinata. Da una parte, verso l’uscita, il gruppetto di antagonisti. In mezzo un robusto cordone di poliziotti, diretti dal capo della Digos di Torino in persona, il vice-questore Giuseppe Petronzi. Ricapitolando: quelli del presidio di An, secondo gli antagonisti (striscione: «Via i nazi-fascisti dall’Università») non dovevano assolutamente uscire dall’ingresso principale, semmai da quello posteriore, tanto da rimarcare una fuga ingloriosa. Gli avversari non hanno ceduto di un millimetro, sino a quando gli appelli non sono finiti. La pazienza dei poliziotti è stata messa a dura a prova. Quando il leader, il dottorando Davide Grasso, ha tentato di aggirare gli agenti del reparto mobile, ed è stato allontanato senza se e senza ma, e quando, al 90’, la polizia è avanzata con decisione, sino a sospingere fuori dai cancelli gli autonomi, fradici di pioggia.

Cortine di fumogeni, lanci di uova e slogan funerei: «Camerata basco nero il tuo posto è al cimitero». Poi richiami nostalgici alle fucilazioni di massa delle «camicie nere». Scene di una guerra virtuale, come non accadeva da tempo, e seguite con estrema nonchalance dalla grandissima maggioranza dagli altri studenti. Acqua a dirotto; sotto le tende del chiosco-bar «Il rettore», gelati e coca-cola per ingannare il tempo, in attesa che lo spettacolo finisse. Chissà, magari con uno scontro vero, e non solo a parole. Risate e battute.

Ezio Pelizzetti, il rettore, non ride affatto. «Non credo assolutamente che sia giustificato questo clima di intolleranza. Tutti hanno il diritto a manifestare le proprie idee. L’università è un luogo di confronto, di scambi di idee e di pensiero. Devo dire che gli studenti torinesi sono 75 mila e solo una piccolissima percentuale ha scelto la strada della violenza. Spiace che le forze dell’ordine siano costrette a intervenire per garantire un clima libero. Noi, d’altra parte, che possiamo fare? Spiace per la studentessa, che ha rinunciato a sostenere l’esame».
June 03

LA SAPIENZA - SCONTRI E ALTRE IDIOZIE

 
 

 PERSEVERARE E' DIABOLICO...

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Mercoledì 28 Maggio 2008 – 14:48 – Rinascita stampa

La sinistra cosiddetta antagonista è uscita bastonata dalle ultime elezioni ed esclusa dal parlamento.
Contemporaneamente, però, essa continua a partecipare a numerose maggioranze in sede locale insieme a tutto il centrosinistra ivi compresi quindi il Pd, intriso di democristiani e conservatori di ogni genere, e l’Idv del giustizialista Di Pietro. Comprendiamo come una simile condizione possa confondere le varie componenti del fu “arcobaleno” e come tutte stiano cercando di riconquistare un’identità politica ormai perduta. Se facessero una seria analisi dei fatti scoprirebbero che la loro sconfitta è figlia di un progressivo distacco dalla realtà; che le battaglie in favore dell’immigrazione incontrollata sono rigettate dalla gente, che non ne può proprio più di vivere straniera in casa propria; che non si può manifestare contro la guerra e poi appoggiare le missioni belliche; che le battaglie per la casa non sono quelle fatte di occupazioni per pochi ma di diritti per i tanti che hanno un mutuo e oggi sono strangolati dalle banche. Scoprirebbero, insomma, che è mancato loro un progetto sociale e, soprattutto socialista. Questa sinistra cosiddetta antagonista non sembra invece trovare di meglio che rispolverare le vecchie parole d’ordine antifasciste, facendo peraltro non poca confusione sul concetto di fascismo ed inserendo in esso un po’ di tutto quello che non è dalla loro parte. Ci preoccupa soprattutto un rigurgito di “opposti estremismi” e di “antifascismo militante” che sembra interessare da qualche tempo Roma, ma non solo la Capitale. Qualche giorno fa un banale fatto di cronaca in una zona popolare di Roma, una spedizione punitiva contro il presunto autore del furto di un portafoglio, è stato trasformato in un raid a sfondo razzista ed usato come pretesto per organizzare una manifestazione antifascista. Ieri, sempre a Roma, ci sono stati invece tafferugli, con tre feriti medicati in ospedale, per fortuna non gravi, a seguito di scaramucce tra opposte fazioni. Nella notte Forza Nuova aveva affisso manifesti che pubblicizzavano un loro convegno sul tema delle foibe, regolarmente autorizzato, ma poi l’autorizzazione è stata revocata e addirittura sono state chieste dagli “antifascisti” le dimissioni di chi aveva concesso la sala alla formazione di Roberto Fiore. Il mattino successivo lo scontro si è consumato tra chi voleva staccare quei manifesti e chi si opponeva a ciò. Gli antifascisti denunciano un’aggressione, ma sembra forse più probabile, anche a detta delle forze dell’ordine, la versione opposta, che vede aggrediti i ragazzi di Fn. Non è però qui questione di chi ha iniziato prima, ma dell’assurdità dell’intera vicenda, della difesa del territorio stile anni 70-80, del rinnovarsi di un clima che è favorevole solamente al sistema. Noi non siamo mai stati vicini alle posizioni politiche di Forza Nuova, che anzi abbiamo per lo più sempre criticato, ma rivendichiamo il loro buon diritto a tenere un convegno all’università. Se si cadrà nuovamente nel trabocchetto dell’antifascismo e dell’anticomunismo si favorirà chi vuole dividere le opposizioni antagoniste per mantenere ben saldo il regime liberaldemocratico. Certo chi ha partecipato alla rissa e chi è in questi tempi in prima fila nelle manifestazioni antifasciste nel ’68 non era nemmeno nato ed era al massimo un bambino durante gli anni di piombo, ma dovrebbe ugualmente sapere che nel ‘68 il movimento fu spaccato e furono creati gli opposti estremismi dalla cricca di potere. E dovrebbe sapere che il sangue innocente, di qualsiasi colore, che è stato versato negli anni di piombo non ha favorito il popolo, ma il suo oppressore.
Errare è umano, perseverare è diabolico, soprattutto dopo quaranta anni...

June 02

OPPOSTI ESTREMISMI: A VOLTE TORNANO...

 OPPOSTI ESTREMISMI: A VOLTE TORNANO...
Serve a Veltroni, serve disperatamente a tutta la sinistra cosiddetta radicale. Cosa? Il pericolo fascista, anzi “nazifascista” ed ovviamente anche razzista. Così prima si inventano un raid xenofobo, poi rivelatesi una rissa per un portafoglio rubato, e dopo pochi giorni trasformano i fin troppo esuberanti studenti “antifascisti” dell’università di Roma in poveri aggrediti. Quaranta anni fa la Dc ed il Pci inventarono gli opposti estremismi ed ora il Pd, che è la fusione fredda di quella gente, vuole ripetere il gioco, sapendo bene che in Italia non mancano mai gli utili idioti che abboccano all’amo e si trasformano da falsi socialisti in veri cretini
Serve a Veltroni, serve disperatamente a tutta la sinistra cosiddetta radicale. Cosa? Il pericolo fascista, anzi “nazifascista” ed ovviamente anche razzista. Così prima si inventano un raid xenofobo, poi rivelatesi una rissa per un portafoglio rubato, e dopo pochi giorni trasformano i fin troppo esuberanti studenti “antifascisti” dell’università di Roma in poveri aggrediti. Quaranta anni fa la Dc ed il Pci inventarono gli opposti estremismi ed ora il Pd, che è la fusione fredda di quella gente, vuole ripetere il gioco, sapendo bene che in Italia non mancano mai gli utili idioti che abboccano all’amo e si trasformano da falsi socialisti in veri cretini.
 
            ALZO ZERO per la Sinistra Nazionale
May 30

VIA GIORGIO ALMIRANTE (E CON LUI TUTTI I POST-FASCISTI...)

 LA SOLA IPOTESI DI DEDICARE UNA VIA DI ROMA A GIORGIO ALMIRANTE, INSIEME ALLE NOTIZIE DEL RITORNO DI PRESUNTI RAID SQUADRISTICI IN MEZZA ITALIA, STA RIEMPENDO LE PAGINE DI TUTTI I GIORNALI. LA NOSTRA OPINIONE, PER QUANTO POCO SIGNIFICATIVA, E' COMUNQUE CONTRARIA. E CHI HA VISSUTO DALL'INTERNO LA STORIA DEL MSI IN QUEGLI ANNI DISGRAZIATI E HA ANCORA LA TESTA SALDA SULLE SPALLE NON POTRA' CHE DARCI RAGIONE.
 MA NON E' QUESTO QUELLO CHE CI INTERESSA. LASCIANDO DA PARTE PROMOTORI E FAVOREVOLI DELL'INIZIATIVA VORREMMO INVECE SOTTOLINEARE LE RAGIONI DELL'ALTRA PARTE, QUELLA DEL NO, DEGLI "ANTIFASCISTI" DI PROFESSIONE. SEMBRA INFATTI CHE LA PREGIUDIZIALE INSORMONTABILE A CUI SI APPELLANO LE VARIE ANIME DI QUELLA SINISTRA DIFFUSA, ANTAGONISTA, RADICAL-CHIC, DELLE COMUNITA' EBRAICHE DI CUI "BISOGNA SENTIRE IL PARERE", INSOMMA CHI PIU' NE HA PIU' NE METTA, SIA STATO UN ARTICOLO CHE IL DEFUNTO SEGRETARIO MISSINO PUBBLICO' SUL FOGLIO "LA DIFESA DELLA RAZZA" IN PIENO REGIME FASCISTA. UN ARTICOLO INDUBBIAMENTE "POCO GRADITO" AGLI EBREI DELL'EPOCA E DI CONSEGUENZA A QUELLI DI ADESSO. MA IL NOSTRO SPIRITO INDOMITO CI HA SPINTO A CERCARE, TRA I PERSONAGGI A CUI SONO STATE INTITOLATE STRADE E PIAZZE ITALIANE, PARTICOLARI COMPROMETTENTI. E COSI' E' SALTATO FUORI CHE GIOVANNI SPADOLINI, DEPUTATO E SENATORE DI LUNGO CORSO, SEGRETARIO DEL PRI, PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, MINISTRO DELLA REPUBBLICA, NEL 1944 APPOSE LA SUA FIRMA AD UN ARTICOLO CHE AFFERMAVA TRA L'ALTRO: "IL FASCISMO PERSE IL SUO DINAMISMO RIVOLUZIONARIO PROPRIO MENTRE RIAFFIORAVANO I RIMASUGLI DELLA MASSONERIA, I ROTTAMI DEL LIBERISMO, I DETRITI DEL GIUDAISMO".
 AMINTORE FANFANI, PROTAGONISTA DEMOCRISTIANO DI UNA CARRIERA POLITICA PRATICAMENTE DALLA CULLA ALLA BARA..., SCRIVEVA INVECE NEL 1941: "E' NECESSARIA LA SEPARAZIONE DEI SEMITI DAL GRUPPO DEMOGRAFICO NAZIONALE POICHE' PER LA POTENZA E IL FUTURO DELLA NAZIONE GLI ITALIANI DEVONO ESSERE RAZZIALMENTE PURI". E NON SFUGGE ALLA NOSTRA CERTOSINA RICERCA NEMMENO UN VATE DEL GIORNALISMO NAZIONALE E PORTABANDIERA DELLA RESISTENZA (???) E DELLA SINISTRA ITALIANA QUALE GIORGIO BOCCA (SI, AVETE LETTO BENE!) CHE NEL 1943 IN PIENA ENFASI FASCISTA SOTTOSCRISSE QUESTE PAROLE: "SARA' CHIARA A TUTTI LA NECESSITA' INELUTTABILE DELLA GUERRA INTESA COME UNA RIBELLIONE DELL'EUROPA ARIANA AL TENTATIVO EBRAICO DI PORLA IN STATO DI SCHIAVITU'"...! CERTO, IL BUON BOCCA NON HA ANCORA AVUTO L'ONORE DI VEDERSI DEDICARE UNA STRADA O UNA PIAZZA MA, VISTE COME VANNO LE COSE IN ITALIA, PUO' DORMIRE SONNI TRANQUILLI. 
 LA NOSTRA OPINIONE? NESSUNA VIA DEDICATA A GIORGIO ALMIRANTE E REVISIONE IMMEDIATA DELLA TOPONOMASTICA RIGUARDANTE I PERSONAGGI SOPRACITATI. SE L'ESSERE STATI DEI VOLTAGABBANA DETERMINA DEI TITOLI TALI DA MERITARSI IL PROPRIO NOME IN BELLA VISTA SU PIAZZE E VIALI, CREDIAMO CHE IN ITALIA NON BASTEREBBERO LE STRADE...BISOGNEREBBE APRIRNE DI NUOVE. 
 
           ALZO ZERO  
May 29

GLI UTILI IDIOTI DI BOLOGNA

26.05.2008 - Utili idioti. I nipotini in malafede dell'impero del profitto
Cancellati dal parlamento che tanto amano e sconfessati dalla piazza, gli antagonisti a parole della sinistra pseudo antagonista cercano di riguadagnare posizioni agitando il solito stucchevole neofascismo, tanto caro ai poteri forti, di cui sono da sempre gli umili gregari.

Accade così che anche il convegno “Morte di una Nazione?” organizzato dagli ottimi ragazzi dell'associazione edera presso la sala dell'angelo a Bologna, sabato 24, diventi occasione per lanciare nuovi anatemi ed invocare nuove crociate. Il comunicato diffuso dal comitato antifascista bolognese è l'ennesimo esempio di tale sciagurata e subdola strategia. “Protetti da agenti in divisa e in borghese, scrivono i visionari compagni bolognesi, i postfascisti e terzaposizionisti dell’Associazione Edera – dopo aver rivalutato l’anno scorso l’eugenetica– continuano a spandere i loro filosofemi razzisti e le loro teorie del “complotto” plutocratico contro la stirpe italica. Il 24 maggio, presso la Sala dell’Angelo in via San Mamolo 24, si è tenuta un’affollata conferenza sugli effetti del “globalismo” in Italia dal titolo “Morte di una Nazione?”, con la presenza qualificante del forzanovista Raffaele Ragni e dell’ex nazimaoista Ugo Gaudenzi”. Il forzanovista Raffaele Ragni? Ragni, scrittore e fine studioso del mondialismo è un valido componente della redazione casertana di Rinascita e da anni ormai non ha più legami con Forza Nuova. Per quanto riguarda poi il “il nazi-maoista” Ugo Gaudenzi, anche i muri sanno che un malanno gli ha impedito di partecipare al convegno bolognese. Dov'erano dunque questi attenti monitoratori di “entrismi” e nuove strategie della tensione? “Travestiti da noglobal, ma perfettamente integrati nel sistema, scrivono ancora questi antagonisti del tortellino, quando si distraggono parlano ancora come Mussolini. Non sorprende. Le idee portate avanti dai neofascisti attuali non sono che una versione aggiornata e travestita delle idee del fascismo storico. Alla lobby giudaico-pluto-massonica, cara alla propaganda nazista, subentra oggi la lobby mondialista. Al razzismo si sostituisce il “no all’immigrazione” e il “no al multiculturalismo”. L’anticapitalismo dei neofascisti nasconde una visione profondamente regressiva e conservatrice, che vorrebbe il “ritorno” a un’era gerarchica e premoderna. Analogamente, la contrapposizione al potere statale è considerata necessaria solo al formarsi di una nuova élite, e non a una trasformazione in senso democratico e libertario. Anche il loro antimperialismo non è difesa della libertà, ma politica di potenza, rivendicazione geopolitica della Nazione. E, in nome di questa presunta Nazione, il neofascismo continua a negare lo sterminio nazista, a esaltare il regime fascista, a praticare lo squadrismo “patriottico” contro immigrati, compagni, gay e lesbiche”. Niente di nuovo sotto il sole, insomma. La solita solfa funzionale ai poteri forti. Ci saremmo aspettati qualcosa in più da questi signori. L'onestà intellettuale, però, come tutti sanno, è merce rara tra questi etilici apologeti metropolitani dell'antifascismo.

Ernesto Ferrante

May 26

PRODOTTI CINESI, LA PROTESTA SI ALLARGA!

 SEGNALIAMO CON PIACERE LA PUBBLICAZIONE DELLA FOTO SUL BOICOTTAGGIO DEI PRODOTTI CINESI SULLO SPAZIO "SINISTRADISTRADA". LO SPAZIO IN QUESTIONE E' RAGGIUNGIBILE TRAMITE IL MODULO "AMICI".rab9IOIOIOuiuierGRAZIE DA PARTE DI ALZO ZERO.
May 24

PRODOTTI CINESI? POSSIAMO FARNE A MENO!

Foto senza titolo ALZO ZERO-SN INTENDE PROMUOVERE UNA CAMPAGNA DI BOICOTTAGGIO DEI PRODOTTI CINESI. DIRITTI UMANI VIOLATI, OCCUPAZIONE DEL TIBET, SFRUTTAMENTO DELLA MANODOPERA MINORILE, RETRIBUZIONI RIDICOLE E, NON DA ULTIMO, IL BRUTALE MALTRATTAMENTO DEGLI ANIMALI, CI HANNO SPINTO A LANCIARE QUESTA CAMPAGNA DI BOICOTTAGGIO. DIFFONDIAMO IL MESSAGGIO, PUBBLICHIAMO TUTTI LA FOTOGRAFIA!  
 
 DIAMO UN SENSO CIVICO ALLA COMUNITA' DEI BLOGGER!
 
May 23

OLIMPIADI DI PECHINO? NO, ANCHE PER LORO...

animalcruelty MADE IN CHINA? NO,GRAZIE!

La Cina e gli animali

Desideriamo essere obiettivi, quindi sgomberiamo subito il campo da luoghi comuni e da facili strumentalizzazioni: non possiamo fare una colpa ai cinesi di mangiare cani ed altri animali che noi occidentali non mangeremmo mai, in quanto tutto ciò fa parte di usanze locali che vanno rispettate (come le trippe di coccodrillo, lo stufato di lucertola o quello di gobbe di zebù in Etiopia). In Madagascar, pappagalli e scoiattoli finiscono arrosto, in Congo si preferiscono i serpenti boa. Le termiti, private delle ali e abbrustolite in foglie di banana, o le formiche nere vive sono considerate squisite nel Camerun, così come i caimani in Nuova Guinea. Non intendiamo in questa sede né contestare né condividere tali posizioni, ci limiteremo a parlare delle violenze gratuite sugli animali.

Non ci risulta che i cinesi siano stati tradizionalmente nemici degli animali... tutt’altro. Nella Cina di un tempo prendersi cura dei piccoli animali era un piacere per giovani e vecchi, oltre ai cani venivano allevati uccelli, in particolare usignoli, e grilli. Sui grilli esiste tutta una letteratura che risale a secoli fa, ed era tradizione che ogni dinastia facesse ristampare un famoso manuale su come allevare, addestrare, curare i grilli, come farli cantare meglio e combattere con maggior fierezza. Per un cinese avere un canarino o un usignolo non vuol dire tenerlo a casa come fosse un soprammobile. Vuol dire avere un compagno con cui si va a passeggio, con cui si chiacchiera e si gioca. Un modo per augurare la felicità a qualcuno è dirgli “che tu possa diventar vecchio e aver cura di un nipote e di un uccello” e spesso, passeggiando per le strade, si vede quest’immagine: un vecchio che spinge una carrozzina di bambù con un bambino e accanto una bella gabbia con un uccello.
Non sappiamo perché ma tutto ciò non piacque al regime maoista. Una spiegazione, che proviene dai detti popolari, è che “Mao, allorché fuggì una volta di prigione, fu catturato a causa di un muro che non riuscì a scavalcare e di un cane che gli ringhiava alle calcagna. Abbatterò tutti i muri e tutti i cani, se mai diventerò imperatore della Cina, s’era detto allora il giovane Mao. E, appena diventato capo della Cina, mantenne la promessa: ordinò di distruggere le mura di Pechino e di eliminare tutti i cani.” (Tiziano Terzani, La Porta Proibita)

Non sappiamo se ciò sia vero o sia solo leggenda ma è storia che agli inizi del maoismo cominciò a Pechino il massacro dei cani, che venivano strangolati o bastonati a morte. Dopo fu il turno di gatti, uccelli e tutti quegli animali accusati di rovinare l’economia cinese. Abbiamo citato la parola “economia”… questa è una delle chiavi del problema.

Il nuovo corso economico cinese coniuga in modo mirabile (dal punto di vista governativo) i migliori aspetti del comunismo e del capitalismo selvaggio; anche il primo ministro cinese ha eufemisticamente sottolineato la “non perfetta” distribuzione del prodotto interno. Il “capital-comunismo” cinese sta diventando tristemente famoso per lo scarso riguardo nei confronti della sua forza lavoro… l’importante è ridurre le spese di produzione. Laddove l’economia è incentrata nell’ambito degli animali da allevamento o da pelliccia la riduzione delle spese sarà quasi del tutto a carico degli animali: meno regole, meno costi, più profitti.

Così in pochi anni la Cina, grazie alla totale mancanza di norme a tutela degli animali, è diventata il paese più ricercato dalle case di moda mondiali grazie al basso costo delle pellicce.

Ovviamente gli animali devono morire senza “l’onore delle armi” poiché buon cibo, igiene e gabbie spaziose sono un lusso che i cinesi non intendono permettersi. Una domanda… ma è così costoso uccidere pietosamente quelle povere bestie invece di scuoiarle vive?

E gli animali destinati all’industria alimentare? Cibo di cattiva qualità, scarsa igiene, molta chimica, molto profitto.

Mi è passato l’appetito.

  tratto da www.unmadeinchina.org olympics

 PRODOTTI CINESI? POSSIAMO FARNE A MENO!!! 

May 22

JOSEPH DARNAND: RICORDO DI UN EROE

Lotta e Vittoria mon Commandant!
Gabriele Adinolfi

Sessantadue anni fa veniva fucilato Joseph Darnand, eroe di due guerre mondiali

Il 10 ottobre del 1945 veniva fucilato Joseph Darnand, eroe di due guerre mondiali, fedelissimo del Maresciallo Pétain, fondatore e capo della Milice.

Un uomo temerario

Uomo temerario, si era conquistato sul campo, nella Grande Guerra, insieme a numerose medaglie e ben sette citazioni, l’ammirazione e la fiducia del Maresciallo Pétain.

Militante provenzale dell’Action Française, Darnand si ribellava alla decadenza della sua patria e partecipò alla sommossa popolare che si concluse in una carneficina presso l’Assemblée Nationale (il Parlamento) il 6 febbraio 1935. Dal 1936, stanco dell’attendismo

di AF, era passato al Parti Populaire Français fondato da Jacques Doriot, la grande speranza del partito comunista che aveva invece scelto l’Asse per ispirazione rivoluzionaria.

Nel 1938 fu imprigionato per la partecipazione al complotto insurrezionale della Cagoule. Nel 1939 partì per il fronte, si batté contro i tedeschi e compì l’impresa di passare le linee per recuperare le spoglie di un camerata caduto. Nel 1940 si batté sulle alpi contro gli italiani e riportò le sole vittorie francesi della circostanza.

Durante Vichy

Dopo la resa, la Francia per risorgere si affidò al Maresciallo Pétain che si ricordò subito del suo temerario uomo di fiducia. Darnand si occupò di sostenere militarmente il governo, costituì la Milice e patrocinò gli sforzi militari di cobelligeranza sul Fronte dell’Est. Chiese di partire volontario per combattere ma fu Hitler in persona a chiedergli di rinunciare per far fronte alle sue responsabilità politiche. Quando la Francia fu invasa dagli angloamericani e Parigi venne occupata, il governo legittimo riparò in Baviera a Sigmaringen. Darnand tuttavia non accettava di lasciare che le cose si decidessero senza di lui: pertanto passò le alpi e venne a battersi in Italia facendosi trovare pronto all’appuntamento per la costituzione del ridotto della Valtellina.

Catturato ed estradato venne fucilato. La calma del condannato alla sua esecuzione impressionò gli astanti; prima che la scarica partisse osservò a lungo negli occhi i soldati del plotone e disse loro ⳩ete ragazzi puliti, avreste potuto servire ai miei ordini❮ La sua tomba, curata e sempre fiorita, è luogo di pellegrinaggio da parte di un nutrito numero di francesi.

Lotta e Vittoria

Non si può non onorare Darnand perché un uomo che si batte con tanto coraggio e sempre dalla parte perdente non può non essere onorato. Lo detta chiaramente quel sentimento della vita, dell’onore e del sacro che è alla base dell’Idea del mondo che fece grande la nostra antichità e la nostra più recente primavera. Quell’Idea del mondo che ⠤alla Bhagavad Gita tramite i Luperci le Legioni mithraiche, la Cavalleria fino ai Werwolf ⠨a significato tutto il meglio che memoria d’uomo ricordi e che si condensa nella ℯttrina di Lotta e Vittoria❠(che non coincide con il successo tangibile ma con il trionfo su di sé).

Chi non ha perso il bandolo di quel filo non può che rispettare e onorare l’eroe transalpino.

Onore a Darnand: lotta e vittoria mon Commandant!  EUROPA SOCIALISMO NAZIONE

May 20

IL VERO RAZZISMO - CRISI SUD AFRICA

Il vero razzismo

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Martedì 20 Maggio 2008 – 15:34 – Paolo Emiliani stampa
Il vero razzismo

La lotta all’immigrazione clandestina è giusta se è una guerra contro i nuovi schiavisti, contro coloro che speculano sulla disperazione della gente ed utilizzano gli invasori come un’arma contro gli stessi italiani, ricattati sul lavoro, indeboliti nelle loro conquiste sindacali, lasciati alla mercé delle regole del mercato ultraliberista. Va bene un argine per difendere la nostra cultura, le nostre tradizioni e la nostra stessa identità nazionale dal meticciato globale.
Non ci piace, invece, la piega che rischia di prendere in Italia. Non vorremmo, insomma, che la lotta all’immigrazione clandestina si trasformi in una guerra tra poveri, giocata solamente sui temi della sicurezza e facendo passare tra le righe sentimenti razzisti o discriminazioni religiose. Tutto questo senza minimamente intaccare il traffico di mano d’opera che serve a portare profitti agli imprenditori spregiudicati che utilizzano i nuovi schiavi perché più convenienti e sindacalmente più malleabili degli italiani.
Rinascita da sempre porta avanti dalle sue pagine una lotta contro tutti i razzismi e tutte le forme di sfruttamento e da sempre trova scellerata la posizione di quella sinistra cosiddetta radicale che in nome di un falso egualitarismo vuole spalancare le porte all’invasione tanto cara al mondialismo, così come Rinascita ha sempre contestato il razzismo becero di chi vuole cacciare lo straniero solo perché diverso per religione o colore della pelle, salvo poi magari utilizzarlo, con retribuzione ridotta e in nero, come domestico o come lavoratore a cui affidare i compiti più pericolosi e pesanti. Per questo oggi ci sentiamo liberi di alzare la voce contro il governo Zapatero che critica l’Italia, ma in casa propria fa anche peggio. E non capiamo perché Frattini abbia atteso parecchi giorni prima di dare una risposta, fin troppo educata, a Madrid. Per questo oggi chiediamo che la risposta all’immigrazione clandestina venga dallo Stato e non dalle ronde di improvvisati sceriffi. Ed ancor meno ci piacciono le ronde anti immigrati fatte da quegli stranieri appena regolarizzati che oggi smaniano per diventare i nuovi mazzieri del regime. La guerra tra immigrati appena arrivati e quelli di seconda generazione assomiglia tanto a quella che si consumò in Italia ai tempi del boom economico. Allora i più razzisti contro “i terroni” che cercavano di fuggire la fame del meridione cercando un lavoro nelle disumane catene di montaggio delle fabbriche del nord erano i falsi “padani”, arrivati solo qualche anno prima ma completamente compresi nella nuova, falsa, identità. Magari gli stessi che oggi rappresentano lo zoccolo duro del Carroccio.
Le guerre tra poveri non hanno colore della pelle, sono guerre infami e basta, come quella che si sta consumando in questi giorni in Sud Africa. L’aparthaid è ormai un ricordo, i bianchi sono stati ormai emarginati dal potere e lo Stato africano è diventato simbolo di tolleranza e di società multietnica tanto da ospitare i prossimi campionati del mondo di calcio. Le township, dove una volta vivevano i negri sudafricani sono ora abitate dai tanti immigrati che arrivano dallo Zimbabwe, da Malawi, Mozambico e Somalia. Contro questi disperati si è scatenata la rabbia dei sudafricani. Al grido di “cacciamo gli stranieri” orde inferocite da giorni razziano i sobborghi di baracche alla periferia di Johannesburg uccidendo, bruciando vive o bastonando le loro vittime fino alla morte, stuprando le donne e dando alle fiamme le baracche. La povertà porta odio, la fame porta disperazione: bisogna distribuire meglio la ricchezza sul pianeta, non si può cercare la tranquillità dietro un muro, ma nemmeno con la forza oltre quel muro. Il vero razzismo è quello senza colore è quello dello sfruttamento.